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I ministri dell'ambiente a raccolta per ridurre le emissioni di CO2

Emergenza clima: la sfida di Copenaghen

I Paesi in via di sviluppo chiedono risorse e tecnologie


Dal 7 al 18 dicembre a Copenaghen, Danimarca, i ministri dell’ambiente di molti paesi del mondo si incontreranno per discutere del cambiamento climatico e trovare un accordo sulla riduzione delle emissioni dei gas serra. Negli ultimi due giorni, a conclusione della conferenza, saranno anche presenti più di sessanta capi di stato e governo per sottolineare l’impegno profuso a combattere una delle più importanti sfide degli ultimi decenni.

Con il protocollo di Kyoto, molti paesi, tra cui l’Italia, si sono impegnati a ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2), ritenuta la causa principale dell’effetto serra. Stati Uniti e Cina, i paesi che contribuiscono di più all’emissione di questa, di contro, non hanno firmato, rendendo impossibile la realizzazione degli obiettivi pianificati. In ogni caso, il protocollo non sarà più efficace dal 2012 e, per tale data, dovrà essere trovato un nuovo accordo, in modo da poter anticipare ciò che avverrà dopo.

Gli organizzatori hanno dichiarato che non verranno decisi tutti i dettagli, ma che dovranno essere date delle risposte a quattro questioni sostanziali:

•    quali saranno gli obiettivi di riduzione che gli stati industrializzati vorranno darsi;
•    quali azioni potranno attuare i paesi in via di sviluppo;
•    quante saranno le risorse finanziarie per aiutare questi a ridurre i gas serra e adattarsi ai cambiamenti dovuti al riscaldamento globale;
•    quali saranno le istituzioni che dovranno distribuire le risorse finanziarie e tecnologiche, in modo tale da garantire a tutti la possibilità di prendere parte alle decisioni.

Non è dato sapere quale sarà il risultato di questa conferenza. Sul tavolo ci sono diverse possibilità: un emendamento al protocollo di Kyoto, un nuovo protocollo od una serie di decisioni su singoli punti.

Secondo l’opinione di molti scienziati le emissioni di anidride carbonica prodotte dal Primo Mondo dovranno essere ridotte, entro il 2020,  di almeno il 25% rispetto a quelle del 1990; per i paesi in via di sviluppo, invece, la riduzione dovrà essere del 50% per il 2050.

Secondo l’IEA, la domanda di energia crescerà fino al 55% nel 2030. Il costo che questo aumento di domanda comporterà è stimato intorno ai 22 trilioni di dollari. Anche se i paesi industrializzati diminuissero drasticamente le emissioni, i paesi in via di sviluppo renderebbero impossibile mantenere il riscaldamento sotto il limite dei 2°, oltre il quale si avrebbero effetti ancor più gravi sull’ambiente e sulla vita degli esseri viventi. Per poter affrontare la questione sarebbero necessari approssimativamente 250 miliardi di dollari da destinare ogni anno ai paesi più poveri fino al 2020.

Più il tempo passa, più i costi saliranno: determinarli subito aiuterà gli stati a regolarsi nella distribuzione delle risorse finanziare invece di dover rinegoziarle ogni anno.

I ministri e i leader mondiali dovranno trovare una soluzione al fatto che, mentre i paesi industrializzati possono accettare un accordo sulla riduzione delle emissioni di CO2, i paesi in via di sviluppo chiedono, come condizione, che tale riduzione non vada ad intaccare la loro crescita. Questo richiede il supporto sia finanziario sia tecnologico dei paesi sviluppati, in mancanza del quale sarebbe a rischio la loro possibilità di crescita e verrebbero vanificati gli sforzi profusi per la lotta alla povertà.

Di contro, i paesi industrializzati temono che questo possa favorire i paesi più poveri sul piano della concorrenza, infatti, mentre i primi sarebbero vincolati a diminuire le emissioni, i secondi non sarebbero legalmente obbligati a fare altrettanto.

L’accordo, di conseguenza, dovrà assicurare che tutti siano trattati in modo equo. Solo così sarà possibile affrontare e risolvere un problema che vede coinvolti tutti i cittadini del mondo.

Per informazioni: en.cop15.dk

 

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